• Deducibilità degli interessi attivi di mora

    Nessuna norma autorizza una deroga, per gli interessi attivi di mora, ai criteri d’imputazione per competenza fissati dall’art. 75 t.u.i.r. per tutti i componenti positivi e negativi del reddito d’impresa. La Corte di Cassazione respinge il ricorso dell’Agenzia delle Entrate che aveva recuperato a tassazione interessi attivi di mora ritenendoli Continua
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Riparazione del danno: non si applica ai reati di fuga e omissione di soccorso

Riparazione del danno non si applica ai reati di fuga e omissione di soccorso

 

Non è applicabile la circostanza attenuante dell'integrale riparazione del danno nei reati di fuga ed omissione di soccorso, in quanto reati di pericolo.

E' quanto ha affermato la Quarta Sezione Penale della Corte di Cassazione, con la sentenza 1° febbraio 2019, n. 5050.

A favore del riconoscimento dell'attenuante, la Suprema Corte ha affermato che in tema di circolazione stradale, il reato di mancata prestazione dell'assistenza occorrente in caso di incidente, di cui all'art. 189, comma 7, cod. strad., implica una condotta ulteriore e diversa rispetto a quella del reato di fuga, previsto dal comma sesto del medesimo art. 189, non essendo sufficiente la consapevolezza che dall'incidente possano essere derivate conseguenze per le persone, occorrendo invece che un tale pericolo appaia essersi concretizzato, almeno sotto il profilo del dolo eventuale, in effettive lesioni dell'integrità fisica (Cass. pen., Sez. IV, 15 marzo 2016, n. 23177).

In altre parole, potrebbe ritenersi ipoteticamente configurabile l'attenuante del risarcimento del danno ex art. 62, n. 6 c.p., nel caso in cui si sia in presenza, in concreto, di feriti ai quali, proprio per effetto del mancato o intempestivo soccorso, sia derivato un danno, sempre che tale danno risulti dimostrato.

Tale impostazione non è accolta dagli ermellini nella sentenza in commento: secondo un recente intervento giurisprudenziale, la circostanza attenuante dell'integrale riparazione del danno non sarebbe applicabile al reato di guida in stato di ebbrezza in caso di avvenuto risarcimento delle lesioni che ne sono conseguite, in quanto la causazione di lesioni a terzi, pur essendo una possibile conseguenza della condotta di guida in stato di alterazione, non costituisce effetto normale di tale reato secondo il criterio della c.d. regolarità causale (Cass. pen., Sez. IV, 27 aprile 2018, n. 31634).
I reati in materia di circolazione stradale

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Area pedonale aperta ai ciclisti: Comune non risponde dell’investimento del pedone

Area pedonale aperta ai ciclisti Comune non risponde dellinvestimento del pedone

 

L’area pedonale, all’interno della quale si sia verificato lo scontro tra un pedone ed un ciclista, non riveste un ruolo causale nella dinamica dell’incidente; essa, infatti, costituisce semplicemente il luogo del sinistro, mentre la serie causale, che ha cagionato l'evento, deriva dal comportamento dei soggetti coinvolti nello scontro e si esaurisce in esso. Il Comune, pertanto, non risponde ex art. 2051 c.c., tuttavia residua una forma eventuale di responsabilità ex art. 2043 c.c., qualora il danneggiato dimostri la sussistenza di una colpevole inerzia dell'amministrazione per non aver preso alcuna iniziativa diretta a regolare e controllare il comportamento degli utenti, malgrado le segnalazioni sul pericoloso utilizzo dell'area.

Così ha deciso la Corte di Cassazione con l’ordinanza del 13 febbraio 2019 n. 4160

Sommario
La vicenda
Il nesso causale e l’evento
1) Irrilevanza del comportamento del responsabile – custode
2) Inserimento della cosa custodita nella sequenza causale
L’inerzia della cosa
La responsabilità aquiliana e la responsabilità del custode
Responsabilità dell’ente gestore
Conclusioni
La vicenda

Un pedone veniva travolto da un ciclista – rimasto ignoto – in un’isola pedonale e riportava gravi danni alla persona. Agiva contro il Comune ex art. 2051 c.c. al fine di ottenere la condanna al risarcimento del danno. Secondo la sua ricostruzione, infatti, l’ente non aveva provveduto a controllare la zona e ad apporre transenne per evitare l’accesso ai velocipedi. In primo ed in secondo grado, la richiesta attorea veniva rigettata. Si giunge così in Cassazione.

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Uso del telefono aziendale per motivi personali: cosa si rischia?

Uso del telefono aziendale per motivi personali cosa si rischia

 

L’utilizzo del telefono aziendale da parte del dipendente potrebbe rappresentare una giusta causa di licenziamento: bisogna però fare alcune differenze che dipendono dal tipo di attività e dalle impostazioni del telefono.

Ti è stato consegnato dall’azienda un telefono cellulare, affinché tu sia reperibile anche fuori ufficio, tu possa telefonare a clienti e fornitori senza dover sostenere i relativi costi, nonché per inviare e ricevere email. Il telefono ti è stato assegnato come benefit, tu non hai pagato nulla, dunque è indubbiamente di proprietà dell’azienda. Ti chiedi allora se con quel telefono puoi fare anche alcune telefonate personali, se puoi chattare con gli amici o installare qualche app di tuo interesse. Fai bene a porti questa domanda perché probabilmente non sai che utilizzare il telefono aziendale per scopi personali è vietato e può portare, a seconda dell’uso che ne fai, anche al licenziamento. Tieni presente, poi, che l’elenco delle tue telefonate potrebbe risultare nella fattura che l’operatore invia all’azienda e dunque sarebbe difficile nascondere al tuo datore l’utilizzo improprio del bene. Questo a meno che non esista un regolamento aziendale, consegnato unitamente al telefono, che ne regolamenta l’utilizzo e ti autorizza ad un uso promiscuo del bene, oppure nel caso in cui il telefono sia dual sim e ti consenta quindi di inserire anche una sim personale. Uso del telefono aziendale per motivi personali: cosa si rischia? Continua a leggere questo articolo per scoprirlo.

Indice

1 Il telefono aziendale
2 Utilizzo improprio del cellulare aziendale
3 Eccezioni al divieto di utilizzo del telefono per scopi personali

Il telefono aziendale

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Chi è responsabile per l’utilizzo delle cinture di sicurezza del passeggero?

Chi è responsabile per lutilizzo delle cinture di sicurezza del passeggero

 

Cosa succede se si viaggia insieme a chi decide di non rispettare una delle regole comandate dal codice della strada?

Lo so, l’obbligo della cintura di sicurezza è tra i più odiati dagli italiani. Non ci si rende mai conto di quanto siano utili e fondamentali tali strumenti di sicurezza per la salvaguardia della propria salute. È per questo che il legislatore, a tutela dei propri cittadini, ha imposto l’obbligo di utilizzo di tali strumenti, il cui mancato rispetto provoca il sorgere di sanzioni economiche e non. Si sa, laddove non arriva il buon senso, arriva la legge con la minaccia di una multa a persuadere il guidatore e i suoi passeggeri dal dovere di utilizzo della cintura di sicurezza. A tutto questo, si aggiunge l’obbligo previsto per le case madri automobilistiche di dotare le proprie vetture di allarmi acustici finalizzati a costringere, per sfinimento, il guidatore e i passeggeri ad utilizzare le cinture di sicurezza. Ma cosa succede se chi viaggia con noi decide di non rispettare tale obbligo? Dopo aver analizzato la normativa prevista dal codice della strada, vedremo chi è responsabile per l’utilizzo delle cinture di sicurezza del passeggero?Quest’ultimo, o il guidatore del veicolo?

Indice

1 Cosa sono le cinture di sicurezza?
2 Tipi di cinture di sicurezza
3 Chi è obbligato a utilizzarle?
4 Conseguenze del mancato utilizzo delle cinture di sicurezza
5 Chi è responsabile se il passeggero non utilizza le cinture di sicurezza?

Cosa sono le cinture di sicurezza?

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